Per una cultura dell’empatia e contro un giornalismo superficiale.

Il feed di Google mi segnala un articolo che attira immediatamente la mia attenzione a causa del titolo a mio avviso molto provocatorio:

L’empatia con chi soffre espone gli adolescenti alla depressione

Io con l’empatia ci lavoro e non solo: molti degli eventi più belli della mia vita sono stati resi tali da una connessione.

Quindi capirete che non appena ho letto il titolo ho avuto un brivido di terrore misto a una forte curiosità.

L’articolo parla di uno studio “del team di ricerca dell’Università di Binghamton, secondo cui gli adolescent* che prestano particolare attenzione ai volti tristi hanno anche maggiori probabilità di sviluppare sintomi depressivi, in particolare durante i periodi di stress.”

La parola empatia, nell’articolo in questione, compare nel titolo e nella seconda frase di apertura. Per il resto il focus è un’attenzione questa particolare attenzione distorta degli adolescent* nei confronti dei volti con emozioni legate alla tristezza. E non il legame tra empatia e depressione.

E lo spiega bene Cope Feurer, autore della ricerca, quando dice che “Se un adolescente ha la tendenza a prestare maggiore attenzione agli stimoli negativi, quando sperimenta qualcosa di stressante, è probabile che abbia una risposta meno adattativa a questo stress e sia più incline nel mostrare i sintomi depressivi”. Insomma, non parla di empatia, come fa l’articolista, ma di un’attenzione a determinati dettagli negativi.

Siegel su questo argomento ha scritto migliaia di pagine e ha fornito numerosi studi, spiegando come ogni volta che la mente dirige l’attenzione su qualcosa (un pensiero, una parola, un fatto, un’azione) si formerà nel cervello una connessione tra neuroni. Più l’attenzione si rivolge a quella cosa, più la connessione tra neuroni diventa solida.

Tutto ciò con l’empatia non ha alcun legame. Mi spiego meglio: la parola empatia, a mio avviso, è usata in modo errato nell’articolo, creando tra l’altro un pregiudizio pericoloso nei confronti di una pratica – quella empatica – molto utile specialmente con (e agl*) adolescent*.

L’empatia è una connessione con l’altro che permette di comprendere il sentire di una persona assumendosi la responsabilità del proprio sentire. La forza dell’empatia risiede proprio in questa doppia connessione: con l’altro e con me stesso. La simpatia, forse, ma sottolineo il forse, è più adatta a spiegare quello che desidera raccontare l’articolista: deriva dal greco sym-patéo che letteralmente significa provare le stesse emozioni di qualcuno, condividere con lui o lei la stessa relazione emotiva agli eventi. Per usare il linguaggio del coaching: se mi alleno alla simpatia, ponendo attenzione solo alle emozioni di tristezza, paura e disgusto, in effetti rischio di consolidare un’idea di mondo negativa.

Secondo me articoli di questo tipo sono pericolosi perché invece di informare, minano il lavoro che tantissime persone stanno facendo per sostenere gli adolescent* in difficoltà. Molte di queste persone le conosco e stanno ottenendo grandi risultati proprio grazie alla loro empatia e grazie al fatto che la stanno insegnando ai giovan* per esplorarsi con maggior consapevolezza, per contrastare lo schiacciante senso del dovere in cui sono costantemente immersi dal contesto sociale, per costruire relazioni benefiche.

Perché l’empatia si può apprendere e imparare, questa è l’altra cosa magnifica che non viene mai detta.

Purtroppo non ho letto lo studio, perché non ho accesso alla piattaforma, ma nell’abstract non si cita l’empatia. Spero di riuscire, prima o poi, a leggere la ricerca nella sua interezza.

Intanto preferisco analizzare l’articolo che media tra me e lo studio dell’Università di Binghamton.

“Fondamentalmente, se il cervello ha difficoltà a controllare il modo con cui un adolescente risponde alle emozioni, questo si traduce anche nella loro difficoltà di distogliere lo sguardo dagli stimoli negativi e la loro attenzione va in blocco”, ha spiegato Feurer e da questa frase posso solo trarre una conferma che chi è a contatto con i giovan* tutti i giorni sperimenta e cioè che manca un’alfabetizzazione alle emozioni nell’educazione. Questa alfabetizzazione riguarda tutti, dai genitori agli insegnanti, dai coach sportivi ai politici.

Se diffondessimo una reale cultura dell’empatia riusciremmo a sostenere meglio i nostri giovan* durante la difficile fase dell’adolescenza e come adult* riusciremmo a costruire una società più accogliente e inclusiva.

Qui l’articolo di cui parlo.

Pubblicato da Girolamo Grammatico

Coach Umanista. Specializzato in Life, Vocation, Family e Sport Coaching. Esperto di narrazione autobiografica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: