Se fossi il coach del tacchino induttivista!

Oggi voglio fare un esperimento.

Conoscete la storia del tacchino induttivista del logico Russell? Ve la riporto di seguito:

«Fin dal primo giorno di permanenza nel suo nuovo allevamento il tacchino aveva osservato che alle nove del mattino gli veniva portato il cibo. Da buon induttivista non trasse precipitose conclusioni dalle prime osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e in quelli freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Finalmente la sua coscienza induttivista fu soddisfatta e il tacchino elaborò allora un’induzione che dalle asserzioni particolari relative alle sue vicende alimentari lo fece passare a un’asserzione generale, una legge, che suonava così: “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. Purtroppo per il tacchino, e per l’induttivismo, la conclusione fu clamorosamente smentita la mattina della vigilia di Natale!»

I problemi della filosofia, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 75.

Con questa storia, il filosofo cerca di dimostrare come il metodo induttivista (brevemente: quel metodo che da un elemento particolare ci fa teorizzare l’universale) e il metodo empirico nella scienza non portino a conclusioni valide. Infatti il tacchino nonostante dai suoi dati e dalle sue osservazioni fosse giunto ad una conclusione apparentemente inconfutabile si è ritrovato tradito e ucciso in modo violento.

Questa storia mi ha ossessionato tanto.

Perché?

Perché mi sono chiesto spesso che strumenti avesse il povero tacchino per pensare diversamente, per non credere al fatto che ogni giorno alle 9 avrebbe mangiato senza sforzo alcuno e restando comodo lì dove veniva allevato.

Mi sono chiesto: io cosa avrei fatto? Io che nella roulette della vita sono nato nella parte privilegiata del pianeta come posso evitare che una condizione fortuita non diventi la mia regola aurea?

Perché se Russell cerca di dare strumenti alla logica per evolvere, il coaching cerca di fare lo stesso per migliorare la qualità della vita delle persone. Ma se le persone (come la scienza) credono di essere in una condizione privilegiata e stabile, che strumenti hanno per riflettere diversamente? Come possono porsi le domande giuste ed eventualmente avere una visione più complessa della propria vita?

Esaminiamo – ed è questo l’esperimento – la storiella del “tacchino induttivista” con gli occhi del coach! Vediamo cosa succede!

Socializzazione: non fatemi sottolineare che quella del tacchino è solo una metafora, ok? La prima domanda di coaching che mi faccio è: il tacchino si è confrontato con altri tacchini sulla sua condizione? Ha letto la storia passata dei tacchini precedenti? Delle belle biografie di tacchini famosi? Ha avvicinato qualche tacchino magro praticante di meditazione che si è ritirato a vivere ai confini dell’allevamento? Ha messo in discussione le sue idee con altri tacchini che la pensavano diversamente? Ha frequentato tacchini che potessero ispirarlo? No, ma se lo avesse fatto il dubbio avrebbe incrinato quella patina glamour che una vita confortevole gli stava regalando.

Autosuperamento: il tacchino si è mai posto qualche obiettivo sfidante? Ha mai tentato di digiunare per un po’? Di procacciarsi il cibo da solo? Di cercare menù alternativi oltre a quelli che gli venivano proposti? Ha tentato di regolare la sua dieta in funzione di una passione? Se lo avesse fatto si sarebbe scoperto diverso, avrebbe vissuto con maggiore intensità e avrebbe messo in difficoltà chi lo voleva solo grasso e pronto per il cenone pur non sapendo nulla di ciò che gli sarebbe accaduto. Sarebbe stato agli occhi del suo allevatore un tacchino ribelle, mentre lui avrebbe solo cercato di costruirsi un’identità più ricca di talenti.

Proattività: il tacchino si è mai posto nella condizione di prevedere eventi negativi? Si è mai allenato all’eventualità che il cibo non sarebbe arrivato? O sarebbe arrivato meno o avariato? Ha tentato di immaginare un futuro diverso in cui l’ambiente sarebbe diventato ostile e avrebbe dovuto contare quindi su sé stesso? Cosa avrebbe fatto in quel caso? Che competenze avrebbe attivato? Quali risorse?

Autorealizzazione: il tacchino si è mai posto delle domande sul proprio progetto di vita? Sul motivo per cui fosse nato? Cosa avrebbe dovuto o voluto realizzare? Per quale motivo lo avrebbero ricordato gli altri tacchini? Come avrebbe reso migliore la sua vita e quelle dei tacchini che lo amavano? Perché era nato, a che scopo? Queste domande gli avrebbe impedito di stare inattivo e di prendere il cibo come se gli fosse dovuto. Lo avrebbero spronato a riflettere sulla propria condizione e realizzare una vita spinto dal desiderio, piuttosto che dalle contingenze?

La lezione di coaching che vorrei condividere con voi è che il tacchino, alla fine, non si è preso cura di sé. Ha vissuto da spettatore lasciando che la vita gli accadesse.

Se avesse posto l’attenzione sui suoi sogni, i suoi desideri, sui suoi talenti e su ciò che sarebbe dipeso da lui, non avrebbe cambiato l’epilogo, ma avrebbe vissuto da tacchino libero anche se rinchiuso in un allevamento!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...