Festa del Papà: Manifesto umanistico

Oggi, 19 Marzo, è la Festa del Papà e desidero condividere con voi un brano del saggio che sto scrivendo: #esserepadrioggi – manifesto del papà imperfetto.
Un piccolo libro che unisce narrazioni familiari, filosofia e coaching umanistico.

C’è un mito indiano a cui sono molto legato e che è raccontato nei Purana.

Parla di Kubera, il dio dell’abbondanza, che un giorno invita il grande e potente dio Shiva per farsi bello e mostrare tutta la sua opulenza. Kubera è ricco e vuole fare il figo agli occhi del più grande degli dei. Ma Shiva se la tira, a lui le ricchezze di Kubera non gli fanno né caldo né freddo e gli tira uno di quegli scherzi che neanche Amici Miei.

Shiva dice a Kubera che non può accettare l’invito, è impegnato in qualcosa supercosmogologicamente divino, però – e qui quel mattacchione di Shiva rovina Kubera – può mandare in sua vece Ganesha, il figlio (quello con la testa d’elefante). Kubera tutto felice accetta, ma Shiva, giusto per non farla troppo bastarda, lo avverte dicendogli che il bambino è un po’ vorace. Kubera se la ride di gusto: è il dio dell’abbondanza, che non ce la fa a sfamare un piccolo dio dalla testa d’elefante? Scherziamo?

E invece, giunti al banchetto, Ganesha divora tutto senza ritegno, mangia anche la roba degli altri invitati e i camerieri non fanno in tempo a portare un piatto che Ganesha ne vuole un secondo. Quando finisce il cibo, che ammontava a qualcosa come 1000 banchetti matrimoniali del meridione, comincia a mangiare anche i fiori, le decorazioni e le ghirlande della sala. Al che Kubera abbastanza preoccupato chiede a Ganesha di non divorargli il regno, ma quello c’ha fame e minaccia di divorare Kubera stesso.

Il dio dell’abbondanza (che nel frattempo è diventato il dio dell’abbondante cacarella) corre a chiamare Shiva pregando di fermare il figlio. Shiva, con la manina sulla bocca, trattenendo le risate, chiede a Kubera di porgergli il palmo e lascia cadere una manciata di riso abbrustolito. Kubera pensa che il grande Shiva sia impazzito, ma nella più completa disperazione corre da Ganesha e gli porta quei pochi chicchi di riso.

E nonostante la sua fame incontenibile, mangiato il riso, Ganesha si sazia.

Questa storia mi è sempre piaciuta. La rivivo spesso nella mia mente per ricordarmi la forza del padre. Il padre è colui che sa di cosa ha bisogno il figlio e di contro al figlio bastano pochi chicchi di riso del padre per saziare la propria smania. Perché è questo che accade dentro di noi: diventiamo i custodi delle intemperanze, del caos, del turbinio che si agita dentro i nostri figli. Perché dentro di loro le cose cambiano velocemente, così velocemente che sentono di perdere il controllo e non sanno neanche spiegarlo, ma noi, noi papà sappiamo, ci siamo passati e forse eravamo dentro quella fame atavica fino al giorno prima di sapere che saremmo diventati genitori. Ma poi accade: accade che si supera la soglia e possiamo accogliere la fame distruttiva e indirizzarla verso l’essenza.

Mi piace pensare che Shiva avesse quel riso con sè da tempo, perché sapeva che avrebbe dovuto usarlo al momento giusto, quando il mondo avrebbe promesso a suo figlio ogni cosa e lo avrebbe deluso con ogni niente.

Mi piace pensare che Shiva lo abbia cucinato un giorno, mentre Ganesha riposava in cameretta e lui canticchiando qualche mantra di rai yo yo avrebbe preparato quella santa merenda con le sue mani, perché solo in quel modo Ganesha avrebbe riconosciuto quel cibo, come il cibo del padre.

*

Quando diventiamo papà? Me lo chiedo spesso. Lo chiedo anche ai colleghi papà. Lo sto chiedendo anche a te, che leggi. È un sondaggio poco accurato, sia chiaro, mica come quegli exit poll che esci dal seggio e ti chiedono: scusi lei per quale definizione di papà ha votato?  E poi quella che ha preso più voti vince e diventa la definizione premier! Non funziona così, il mio è un sondaggio sentimentale, una configurazione mentale di ciò che auspico.
Quando diventiamo papà, quindi? In quale istante iniziatico lo sciamano della paternità, dopo aver danzato attorno al fuoco, ci segna la fronte?

Al di là di quando decidiamo di esserlo (presupposto necessario, a mio avviso), secondo me c’è un istante fenomenologico e ontologico allo stesso tempo. Un momento preciso, ma che racchiude l’eternità, la circoscrive e ti ci fa precipitare dentro: quel momento è quando tocchiamo nostro figlio o nostra figlia. Nel contatto del nostro corpo e del loro accade la magia, la generatività della papitudine! Qualunque sia l’idea che ci possiamo fare della paternità e del nascituro, l’incontro e lo scontro con la realtà diventa un ribaltamento di tutto. La sospensione della ragione a favore dell’abbraccio dei sensi, del toccarsi.

Se il contatto visivo produce un moto empatico travolgente e magnetico è nel momento epidermico che accade l’irreversibile. Tutta l’epi-papposità esplode in una nuova autoconsapevolezza. È l’iniziazione laica e animista che la natura ha pre-disposto. Nel toccare il corpo fragile del figlio il padre si scopre fragile a sua volta davanti a tutte le infinite possibilità che gli si aprono in milioni di rivoli ricorsivi che a lui e al figlio riportano sempre.

Nel tocco non solo la realtà paterna si manifesta decisa e lampante nel definire il figlio come altro da sé, ma anche come necessariamente legato a te.

Affinché questo altro da noi diventi una persone, il papà dovrà compiere i salti mortali su quel filo da pesca che unisce l’ego alla sua dissoluzione. Il papà sa da subito che quella è un’altra persona e per questo la tocca. Crea intimità. Le dà il benvenuto. La rassicura. Ne prende coscienza. La assorbe in senso simbolico dentro la propria storia. La rende racconto. La narra a se stesso e la racconta al figlio. Proprio nel silenzio del contatto, il linguaggio prepara se stesso. Il silenzio costruisce una dimensione nuova attraverso la pelle.

Combattuto tra l’amarla e l’assorbirla, tra la distanza evidente dei due corpi e la spinta interiore a tenerli uniti, il papà comincerà a definirsi in quei primi gesti di cura nei confronti della sua prole. In questa tensione siamo padri che nel contatto dei corpi vedono il valore della propria responsabilità. Come nella creazione di Adamo della cappella Sistina, dove Dio è protesto in tutto il suo divino fulgore verso il figlio appena creato Adamo. In quel tocco che non avviene (e io credo piuttosto che non ci sia dato sapere se mai avverrà) emerge la tensione del padre verso il figlio. Dove molti vedono la trasmissione dell’energia divina nell’uomo a me piace pensare che nel desiderio di toccare anche solo con un dito il dito di Adamo Dio stia cercando non solo di svegliarlo dal sonno, ma gli stia indicando la direzione verso cui guardare, quella direzione che è origine e meta e prende vita da un amore epidermico e viscerale.

Non c’è cura senza contatto. Più dell’ascolto, non c’è ascolto senza contatto. Accogliendo il figlio, il padre entra in una dimensione nuova. Lo tiene fuori da ciò che il figlio sarà, ma dentro ciò che è e che lui deve “proteggere”, parola ambigua quando si riferisce agli uomini, ai maschi. Parola che richiama la forza, la sicurezza, la lotta, la difesa.

Andando però all’origine, “proteggere” è composta da pro – davanti e tegere – coprire. Coprire davanti. Coprire cosa? Il corpo. Quel corpo fragile, fragilissimo che esplora e invade la realtà. Realtà che non gli è nemica, ma che va svelata passo passo. Quel velo con cui i padri coprono i figli è lo stesso velo che va tolto giorno dopo giorno da entrambi. In quel svelare fiorisce la relazione tra padre e figlio. Dove il padre crea il mistero e il figlio esplora il confine. Ragion per cui ci vestiamo da supereroi domestici con l’unico super potere a nostra disposizione: la fiducia. Che va conquistata attraverso un’opera di lavoro costante, attraverso quella maieutica frammentata tra emozioni e ragione, necessità e sogni.

“Toccare” ha un’origine onomatopeica. In quel tocco c’è un bussare alla porta del cuore dei nostri figli e accedere a uno spazio che è sacro nella sua primitiva e primigena mondanità.

Toc toc?
Chi è?
Sono io, papà

[da “#esserepadrioggi: manifesto del papà imperfetto”]
Illustrazione di copertina ©Michele Grimaldi (Grazie di cuore!)

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