Dall’articolo di Annamaria Testa per Internazionale: L’ossessione per la felicità ci rende infelici

Dall’articolo di Annamaria Testa per Internazionale: L’ossessione per la felicità ci rende infelici.

Riflessione Umanista sui Big Data.

Ho letto con intensa meraviglia l’articolo di Annamaria Testa perché mi sono sentito chiamato in causa e perché spesso (e proprio ultimamente) ho parlato con il mio amico e filosofo Andrea Piras della brandizzazione della felicità. È evidente ormai che la massiccia speculazione che il mercato sta facendo del termine “felicità” giochi sui bisogni della gente e crei una domanda attraverso risposte sommarie e inefficaci. Per questo l’articolo di Annamaria Testa mi preoccupa, perché è l’analisi chiara e lucida di una voce autorevole che ha colto uno dei segni di ciò che sta accadendo.
Come dicevo mi sento chiamato in causa. Perché?
Perché anche io, come Life Coach Umanista, uso il linguaggio brandizzato e brandizzante che fa della felicità quasi un’ossessione, ma su numerosi punti analizzati dall’articolo sento di dover prendere le distanze e rileggere il testo alla luce della mia esperienza. I dati non spiegano il perchè delle cose. Sono informazioni, utili, ma non ci permettono di fare esperienza di ciò che trattano (per citare Byung-Chul Han).
Intanto: ogni ossessione allontana da ogni forma di felicità. Proverò, solo per comodità, a seguire i punti dell’articolo (non me ne voglia l’autrice).

“Tra gli studenti è cresciuta in modo significativo la spinta “a essere perfetti nel corpo, nella mente, nella carriera”. Insomma, in tutto.”

Quest’idea di perfezione non ha nulla a che fare con la felicità o la sua realizzazione.
Chi fa un percorso interiore per migliorare la propria vita è una persona diversa da quella che è ossessionata dal voler essere felice. E il mercato sta cercando di creare ossessionati dalla felicità perché, purtroppo, viviamo contesti ipercompetitivi che distruggono letteralmente alcuni nostri aspetti più umani come la socializzazione cooperante e il piacere di sperimentare senza ambizione, ma solo per gioco. Inoltre siamo ormai tutti iperconsumatori (di prodotti e di informazioni). Dico iper perché ci ritroviamo a essere compulsivi anche nel consumare ciò che è attinente al benessere (la cura del corpo, lo svago, il cibo sano per citare alcune macro aree) e così rendiamo irrazionali percorsi che non lo dovrebbero essere (come la ricerca della felicità). E siamo iper anche con i desideri, quando di contro non siamo ipo.
Una cosa che mi ha colpito dell’articolo è proprio questa correlazione tra felicità e perfezione, che nella mia esperienza e nel mio percorso (umanistico) non ho mai incontrato. Anzi, la gente che seguo spesso rivendica il diritto all’errore e il diritto all’ozio (aspetti antitetici rispetto a perfezione e performance). Gli studenti che si sono iscritti al corso sulla felicità a Yale avranno avuto motivazioni che andrebbero studiate o almeno esplorate con cognizione (1200 è un bel campione su cui lavorare) e la professoressa Santos ha perso una grande occasione, a mio avviso, nel chiudere il corso piuttosto che trosformarlo e renderlo un’opportunità. Perchè se come dice Annamaria Testa ci si sarebbe aspettati un corso di laurea sui concetti filosofici dei grandi saggi greci (e sono d’accordo quasi pienamente) è pur vero che un corso così frequentato sarebbe stato un bel banco di prova per il corso stesso, per la validità dei sui modelli e per capire su cosa puntare per creare una cultura del “viver bene”  e non dell’ “essere perfetti”. Nella ricerca di qualcosa, qualunque cosa, uno dei tratti distintivi e saper cogliere le opportunità. A mio avviso il corso in questione ha fallito lì (ma ammetto che mi mancano molte informazioni, mi sto basando sull’articolo ANSA).

“Tanti si sentono sotto stress, sovrastati dalla necessità di eccellere in tutto, a ogni costo. Molti si sentono ansiosi e depressi. Si preoccupano per i debiti che dovranno ripagare, e per il futuro.”

Questo è un punto cruciale della riflessione. L’aspetto performativo è sempre presente e, ripeto, non ha niente a che fare con la felicità o la ricerca del proprio posto del mondo. Del Telos, per dirla all’Aristotele. Il futuro, quando diventa una minaccia lo è perchè il presente ha perso valore, ha perso i Valori. Se guardiamo ai dati italiani: “Al di fuori della famiglia, i dati ribadiscono come in Italia «prevalga un atteggiamento di cautela verso il prossimo». La fiducia negli altri, infatti, non cambia sostanzialmente rispetto al 2016: il 78,7% delle persone ritiene che «bisogna stare molto attenti»”. Che futuro può mai esserci in un contesto valoriale che ci fa rinchiudere a casa perchè abbiamo paura dell’altro? Una delle nostre virtù di specie in quanto appartenenti al genere umano è proprio la socializzazione nel suo senso cooperante. Il senso di comunità, quel senso di appartenenza al genere umano che ti permette di avventurarti verso l’ignoto perchè hai fiducia che dovunque andrai, sarai a casa. Venendo meno, viene meno la possibilità di esprimersi appieno. Venendo meno questo valore (e il ritorno al fascismo ne è una prova) attuaiamo un cambio di paradigma angosciante: un’infelicità ontologica. Questo dovrebbe fare (e in alcuni casi lo fa) uno spazio di riflessione sulla felicità: pone l’attenzione sui Valori che permeano la nostra vita e i valori non sono performativi, lo diventano solo se è necessario che diventino azioni dotate di senso. Come nel corso di Yale dove si invita alla gentilezza. Se è un esercizio fine a se stesso si diventa la parodia di se stessi, ma se è l’esigenza forte e intima di chi non riesce a esprimere quel lato cordiale che sente di avere perchè immerso costantemente nella paura del giudizio, ecco che sperimentare abitudini che vadano a scaridinare quel paradigma diventa fondante di un percorso di crescita.

“Le risposte alla domanda “perché mai bisognerebbe ambire a essere perfetti?” sono molte, e abbastanza ovvie: per trovare più facilmente lavoro. Per avere una buona carriera. Per essere apprezzati (e qui c’entra anche la pressione esercitata dai social media)… In sostanza, per “essere felici”.”

Ecco, io qui non ce la vedo questa sostanza dell’ “esser felici”, nel senso che non so se la correlazione di cui parla l’articolo esista o meno, forse mi mancano gli strumenti per comprenderla, ma credo che se l’equivo esiste è legato alla estenuante mercificazione che prodighiamo in ogni ambito. Nessun individuo che abbia attivato una riflessione sensata sulla propri felicità sentirebbe l’esigenza di essere perfetto. Se accade è perchè abbiamo innescato una spirale spersonalizzante che confonde produzione (e quindi performance) cono felicità. Ma questo non vuol dire che le persone non debbano cercare corsi come quello di Yale. A mio avviso significa dotare le persone degli strumenti critici necessari per capire da chi farsi seguire (eventualmente) per avanzare nel percorso di miglioramento che hanno intrapreso. E con miglioramento non voglio dire tendere asindoticamente alla felicità, ma al contrario riflettere filosificamente su quali passi si possono fare per diventare persone capaci di gestire la propria vita all’interno di un progetto più ampio, trascendentale oserei dire.

“Ed eccoci all’ultimo punto. Diverse ricerche dimostrano come le persone che hanno la propria felicità come obiettivo tendono, mediamente, a essere meno felici di altre. A dirlo è Susan David, psicologa presso la Harvard Medical School.”

Questo è il punto più doloroso. Perchè non sono d’accordo, anche se a quanto pare è vero. Non sono d’accordo perchè non voglio che mi sia tolta la possibilità di dirmi, nei periodi bui durante i quali non so dove sto andando a parare: “Girolamo cosa stai facendo? Cosa puoi fare per essere felice? Fermati e rifletti.”. La felicità dovrebbe essere un sottotesto ovvio su cui inserire gli scopi della propria vita. I nostri progetti, qualunque essi siano, devono essere congrui ai sentimenti di amore, amicizia e solidarietà che dovremmo coltivare perchè quotidiani. I nostri obiettivi devono andare a braccetto con i valori del rispetto (per me e per gli altri), della condivisione e del benessere personale e collettivo. La felicità non è l’obiettivo esplicito, ma quella guida interiore che sostiene il mio discernimento affinchè non insegua false chimere come la perfezione a lavoro, a scuola o in famiglia. Alla fine, saremo felici per induzione.

Per questo mi addolora leggere che a causa dell’ “inflazione di metodi per sviluppare il pensiero positivo.” si sia sviluppata un’ “Attitudine che porta a ignorare ansie, paure, rabbia. E che in fin dei conti disabitua a riconoscerle e a gestirle, e quindi impedisce di reagire in modo resiliente.”

È la prova del proliferare di ciarlatani.
Non c’è niente di positivo nel reprimere le emozioni, lo dico non da psicologo positivista (che non sono), ma da amante delle parole e della riflessione. Non c’è niente di positivo nel reprimere le emozioni o nell’essere ingenuamente ottimisti a qualunque costo e nessun coach umanista (per quanto mi riguarda) negherebbe a una persona di essere arrabbiata o triste. Le emozioni sono contestuali e vanno vissute e, per dirla alla D. Siegel, mentalizzate. Come spiega Siegel è opportuno che si aiuti i bambini a raccontare le proprie emozioni (qualunque esse siano) per riconoscerle e dare un nome a ciò che accade dentro di loro. L’adulto ha il dovere di aiutarlo in questa narrazione e facendolo allena il bambino e se stesso. In poche parole crea un abitudine positiva. Se ciò accade in modo diffuso va a incidere su un’intera comunità. Se una comunictà pratica modalità di questo tipo esse vanno a incidere sulla cultura del posto e vanno a sistema. E creano persone più felici. Perchè in quella narrazione si può trovare un significato. Si può darglielo un significato. Ma come? Proprio recuperando il valore etimologico di “positivo”: da ponere. Dove voglio porre le mie intenzioni? Su quale terreno? Faccio un esempio tirando in ballo proprio la rabbia.

Posso benissimo arrabbiarmi con un amico se ne ho il motivo, ma se non voglio che la rabbia si trasformi in rancore, devo porre l’accaduto in una dimensione sentimentale legata all’amicizia. Solo ponendo il mio rapporto in quella dimensione riuscirò ad accettare quella rabbia, la fallibilità (mia e) del mio amico e riprendere il rapporto in modo positivo. Perchè, come dicevo, la rabbia altrimenti si trasforma in rancore, che è un terreno fertile per l’infelicità al di là del mio amico e dei motivi per cui mi ha fatto arrabbiare.

Questo è ciò che fa un percorso legato alla felicità: unisce il conoscere al sapere, attiva la riflessione filosofica sui valori della vita e cerca di renderli esperienza.

Tutto questo per dire che Annamaria Testa solleva un problema evidente sulla base di dati poco rassicuranti e purtroppo tra quei dati non compare chi invece crede  nella laicizzazione della trascendenza e nella voglia di trovare uno scopo vero che non sia performativo, ma sia umano. Il problema dei dati è che poi bisogna dargli un significato e spesso quel significato non riesce a incidere sui dati futuri. La mia esperienza non fa parte di questa disarmante statistica, ma non è meno reale di quei 1200 studenti che presi dall’ansia da prestazione si sono rifugiati in massa in un corso che forse poteva salvarli da loro stessi. Tutto questo per dire che in Italia, da anni, si sta tentando di dare vita a ció che auspica l’autrice a fine riflessione: un movimento culturale che metta al centro i valori e i talenti delle persone in un’ottica comunitaria.

Perchè alla fine lo scopo è sempre lo stesso: amare, amarsi ed essere amati.

2 Comments

  1. Non sono molto d’accordo con l’articolo di Testa. Primo: investire su se stessi è sempre positivo per capire le relazioni e il nostro posto nel mondo e seguire un viaggio con una persona che possa farti capire meglio le dinamiche o le trappole in cui noi stessi ci incastriamo, trovo sia positivo. Certo in giro ci sono ciarlatani, ma l’empatia è qualcosa che non mente e ti accorgi subito della verità. L’ossessione della felicità intesa come perfezione è proprio quello da cui dobbiamo fuggire e solo guardando dentro noi stessi possiamo trovare soluzioni. Non è certo un bel lavoro o “sistemarsi” che può identificare la felicità: non sempre è il risultato, ma il viaggio. E se si costruiscono legami importanti e si sta bene arriveranno anche i risultati. L’ansie, la paura fa parte del pacchetto “vita”. Non possiamo eliminarle, ma attraversarle per far sì che ci facciamo meno paura. Possiamo intaccarle. Lasciamo andare i sogni irrealizzabili e teniamo gli occhi aperti sul qui ed ora. Ben venga chi può sostenerci, accompagnarci.

    Mi piace

    1. dopo aver letto attentamente sia l’articolo di Annamaria Testa, nonché la tua analisi e le tue considerazioni Girolamo, mi sento di esprimere anche io qualcosa in proposito, visto che “nulla accade per caso”, per dirlo come direbbe Robert H. Hopcke! Proprio ieri stavo ragionando fra me e me sul concetto di “felicità” ed ho pubblicato sulla mia pagina FB una frase di Crepet, che così recita “Essere liberi costa, non esserlo costa di più. Essere felici è impegnativo, non esserlo richiede ancor più sforzo”.
      Per me la felicità è uno stato d’animo, è la conquista attraverso un esercizio di una pratica quotidiana, difficile ma possibile: conoscere se stessi, capire le ragioni degli altri, aprirsi al diverso e guardare le cose in modo nuovo. Non una meta da raggiungere, ed in questo concordo pienamente con te Girolamo, perché così diventa in effetti una continua ansia da performance. A me piace molto la visione buddista della felicità. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, ha detto: “la felicità nasce dal prenderci cura gli uni degli altri, è una questione che dobbiamo coltivare innanzitutto in noi stessi per poi farne partecipi gli altri”. E’ solo dalla capacità di relazionarci con gli altri che possiamo raggiungere la felicità perché “la mia felicità è anche la tua felicità”, come le dita di una mano stanno insieme “per” qualcosa. In una parola, riscoprire la qualità umana per eccellenza: la compassione. Insegnandoci a trasformare le avversità in occasioni per conquistare una stabile e profonda serenità interiore. Un esercizio quotidiano di compassione prima di tutto verso se stessi e quindi poi verso gli altri ci può aiutare a combattere l’ansia, l’insicurezza, la collera e lo sconforto, per riuscire a vivere meglio con se stessi e con gli altri…e quindi ad essere felici!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...