Conosci te stesso! Ma come? #3

Eccoci al terzo appuntamento con la riflessione socratiana “Conosci te stesso.”

Qui e qui le prime parti della riflessione.

A questo punto le domande aumentano. Come faccio a gestire tutta questa roba? Quanto tempo ci vuole a prendere il controllo di me con questo articolato mondo interiore? Ci sono due notizie, entrambe non buone! Il vostro mondo interiore è molto più complesso rispetto alla semplificazione de “i magnifici 7”; la seconda è che per quanto complesso, siete voi e ciò è stupendo!

“I magnifici 7” in realtà sono solo strumenti del linguaggio necessari al dialogo (in questa nostra riflessione, s’intende!) e scinderli serve a noi (a me e a te che leggi) per avere dei punti di riferimento, una cornice all’interno della quale poterci muovere con meno spaesamento. Ma in realtà sono interdipendenti, i ricordi condizionano le percezioni che influenzano i pensieri che influenzano gli atteggiamenti e così via in un modo che non è lineare, ma segue i venti della vita interiore tra i paesaggi del mondo esteriore. Attraverso questa eplorazione prendiamo consapevolezza di come conoscersi sia un impegno da non sottovalutare: richiede costanza e determinazione. Richiede anche una buona dose di disciplina e creatività. Ma andiamo per ordine e non dimentichiamo il presupposto da cui siamo partiti: Conosci te stesso! Ma come?

Ora che so che sono fatto di pensieri, sentimenti, sensazioni, percezioni, ricordi, paradigmi e atteggiamenti come oriento tutto ciò in una direzione che mi renda felice e non mi travolga? Ora che so che tutta questa mia complessità si condiziona e mi condiziona, che strumenti ho per fare chiarezza dentro di me?

Prima di condividere gli strumenti che ritengo utili per conoscere se stessi con un ottica alle nostre potenzialità, bisogna fare un passo indietro e partire da un presupposto: gran parte dei magnifici 7 sono il prodotto di “abitudini” connaturate nella nostra cultura. Abitudini nate da uno scambio costante con il contesto in cui viviamo. Da ciò ne deriva che molti pensieri per esempio negativi sono spesso il frutto di un allenamento alla negatività dovuto vuoi per esperienze passate, vuoi per il martellamento mediatico legato alla crisi, vuoi per le persone che abbiamo frequentato e che hanno condiviso con noi la loro visione del mondo. Come così molti nostri atteggiamenti che spesso non ci piacciono, ma che agiscono in automatico in certe situazione. Partendo da questo presupposto, due alleati che possono guidarci nel viaggio che stiamo facendo dentro la nostra interiorità sono: le intenzioni e il dialogo riflessivo.

Conosciamoli insieme!

Le intenzioni: dal latino intentio che deriva da intendĕre cioè “tendere, rivolgere”, potremmo definirli i propositi ragionati e voluti secondo coscienza per il futuro e dovrebbero (poi spiegherò il motivo dell’uso del condizionale) orientare i comportamenti e le azioni.

I dialoghi riflessivi sono le conversazioni che si svolgono dentro di noi e sono fatti di parole, ma anche di toni. Nei nostri dialoghi interiori dobbiamo comprendere il tipo di linguaggio che usiamo e il tono con cui ci rivolgiamo a noi stessi. Un linguaggio negativo (nel senso eccessivo sull’uso di termini negativi e cauto nell’uso di termini positivi) creerà una risposta biochimica di un tipo. Un linguaggio proattivo invece favorirà la motivazione.

Attraverso loro (le intenzioni e i dialoghi riflessivi) posso iniziare a esplorare me stesso con maggiore consapevolezza. Ma cosa guidano le intenzioni? I valori. In quali valori ho deciso di credere e perchè? Questi valori saranno la guida e la meta del nostro viaggio interiore e relazionale. Ma per fare in modo che i valori guidino le intenzioni e i dialoghi interiori è necessario che vengano trasformati in abitudini positive. Se credo nel valore della gentilezza devo allenare la gentilezza affinchè diventi una comportamento normale nella mia vita. Questo non significa di certo che soppianterò i momenti di rabbia (che è un’emozione legittima) con una gentilezza forzata, ma che rifletterò (dialogo riflessivo) sulla mia rabbia momentanea alla luce del valore della gentilezza che ho deciso guidi la mia vita e quindi deciderò le azioni successive (intenzioni) mosso dal sentimento della gentilezza affinchè la rabbia non si trasformi in rancore.

Per chiudere questa parte: conoscere se stessi serve a diventare se stessi, attraverso la riflessione filosofica su valori che mi elevino, attraverso intenzioni positive (nel senso etimologico del termine) e attraverso la realizzazione di strategie che trasformino in abitudini le mie intenzioni!

E adesso un esercizio: ripensa ai propositi di inizio anno che su cui hai meditato durante le feste. Adesso pensa a quanto tempo hai dedicato per realizzare quei propositi.

Come ti sei allenato per rendereli concreti?

Se le risposte dovessero essere tutte negative, nessun problema. Passali in rassegna.

Riprendi uno dei propositi (uno solo), ponilo al centro dei tuoi valori, dei sentimenti che muovono il tuo vivere e decidi quali azioni reiterate nel tempo possono aiutarti a raggiungere l’obiettivo.

Scrivi il tuo piano d’azione! (O contattami!)

3 Comments

  1. C’è, secondo te, chi riesce in modo innato a procedere in una direzione costruttiva malgrado Gli eventi esterni? Nel senso, una resilienza maggiore ovviamente facilita il lavoro… ma se nessuno te l’ha insegnata, come la puoi trasmettere ad altri (mi riferisco in particolare ai ruoli educativi nei confronti dei bambini, ruoli educativi in generale, non per forza genitoriali)

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    1. E’ difficile rispondere in modo esaustivo a questa domanda. Ci sono dei casi che rispondono alla tua storia, vedi Anna Frank. Secondo me è possibile, ma molto difficile e, permettimi questa digressione emotiva, ingiusto. Viviamo in contesti prettamente socializzanti e socializzati. Se vediamo persone in difficoltà a causa degli eventi esterni è bene essere d’esempio e essere testimoni di quella resiliena. Educare gli altri a valori positivi condividendo con tutti esperienze che rafforzino in noi questi modelli di convivenza e di crescita!

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      1. Certo, la mia domanda era proprio rivolta al fatto che sia sempre più difficile insegnare qualcosa che si sa fare naturalmente ed era proprio indirizzata a trovare un modo per farlo. Un bambino sensibile, a cui piacciono giochi femminili, a cui piace ballare e raccontare storie, viene un po’ preso in giro e inibito nell’esprimersi: oltre a dargli il sostegno che gli serve per continuare a far emergere i lati peculiari del suo essere, come si può fare in modo che il mondo esterno con i suoi stereotipi non lo condizioni? Soprattutto, è possibile davvero essere scevri da condizionamenti esterni? E se fosse possibile sarebbe sano? I latini dicevano “in medio stat virtus” ma io credo che ci siano momenti in cui il condizionamento esterno risulta fondamentale, mentre in altri risulta particolarmente distruttivo. In ogni caso la resilienza è una qualità magica. Non so in che misura sia data dalla genetica, ma da un brivido voltarsi indietro e dire “caspita, mi è successo tutto questo e non solo sono riuscito a superarlo, ma l’ho trasformato in una perla”; ricordo tantissimo una lezione di zoologia, durante l’anno in cui mi sono iscritta a biologia per prepararmi al test di medicina; il professore era particolarmente carismatico e parlava delle perle, di come nascono, in modo così poetico che la perla è diventata il mio ornamento preferito. Per me quell’anno a biologia era proprio un piccolo granello di sabbia. Che gioia trasformarlo in perla, 11 mesi di lavoro, strato su strato. Cresceva la perla e io con lei. L’anno dopo, quando mi sono immatricolata a medicina, mi portavo dietro un bagaglio fatto non solo di nozioni, ma di persone che ancora mi accompagnano. Il fallimento è una spinta propulsiva se lo si sa utilizzare. E qui torna la mia domanda: come faccio a insegnarlo! È così istintivo, è respirare.

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