Conosci te stesso! Ma come? #2

La domanda diventa quindi “Conoscere la mia mente, significa conoscere se stessi?”. Tornando sempre a Socrate, che ha fatto suo il motto posto all’ingresso del tempio di Delfi, conoscere se stessi è un concetto legato, per l’appunto, al “conoscere”.

Non a caso il sommo filosofo fondava il suo pensiero su una riflessione ispiratrice: “sapere di non sapere”, ottimo modo per essere spinti a esplorare la conoscenza con costanza e senza mai sentirsi arrivati, senza accontentarsi di ciò che si è appreso, perché il sapere, oltre ad essere senza limiti, è dinamico e esperenziale. Sapere di non sapere ci stimola a ricercare le risposte alle domande della vita, senza mai accontentarsi. Sapere di non sapere è il modo migliore per amare la conoscenza. Ma cosa significa conoscere?

Conoscere significa oltre che “sapere” anche “comincio ad accorgermi” (la radice indoeuropea gn-/gen-/gne-/gno- parla di “accorgersi”, rendersi conto attraverso l’intelletto). Cososcere diventa un movimento verso se stessi, un percorso di avvicinamento verso la natura dell’uomo e del nostro essere al mondo. Cominciare ad accorgerci di noi, delle nostre passioni, della nostra vitalità diventa un viaggio fatto di passi decisi verso l’unica destinazione possibile: la felicità.

Partendo da questi brevi presupposti e riagganciandoci a “i mangnifici 7” dell’articolo precedente, la domanda si trasforma in “Cosa mi permette di conoscermi? Cosa mi aiuta ad accorgermi di me?”. Qualunque sia la risposta, non può prescindere dalle “parole”. La valenza simbolica delle parole ci accumuna attraverso il linguaggio, ma è anche la fonte di molte incomprensioni. Molte parole, per quanto di uso comune, essendo esperenziali (vedi appunto la felicità, la gioia, la contentezza), diventano soggettive nell’uso che ne facciamo. Per questo, a mio avviso, è utile una cornice simbolica all’interno della quale posizionarne alcune che per quanto attengano a discipline specifiche sono ormai di uso comune.

Nella nostra riflessione ci arriva in soccorso un altro filosofo, molto più vicino a noi temporalmente, ma molto più vicino a Socrate per la profondità del pensiero: Wittgenstein, che negli anni ’20 ci illuminò con una semplice frasetta “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. E già qui potremmo aprire un dibattito che non si riesce a chiudere da cento anni.

Rimanendo fedeli al titolo di questo breve articolo i limiti (che restano comunquelifecoach-talent insuperabili) possono essere continuamente ridefiniti da quell’esigenza di “accorgersi di se stessi”. Per conoscere se stessi è urgente conoscere un linguaggio che ci sostenga. Come sottolinea Zagrebelsky: “poche parole, poche idee” e come aggiungo io “parole confuse, idee confuse”, ma soprattutto un mondo confuso, un mondo interiore confuso. È utile, almeno dal mio punto di vista di coach, iniziare un lavoro sui propri obiettivi definendo prima il terreno semantico su cui lavorare. Non a caso Lacan diceva che “il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”. Proprio perché il dialogo (con se stessi, con il coach e con il mondo) è lo strumento con cui operiamo la conoscenza dei nostri desideri e dei nostri obiettivi fare in modo che sia un dialogo chiaro e ricco ci è utile per una riflessione profonda e consapevole. In un percorso che ha come scopo quello di allenare le nostre potenzialità “i magnifici 7” vanno canalizzati verso una visione della vita centrata sulle risorse, sui talenti e sui valori, proprio perché l’obiettivo è diventare se stessi, conoscendo se stessi (ma solo come primo passo, s’intende!)

Per questa ragione “i magnifici 7” verranno declinati in questo senso.

I pensieri: sono quell’attività mentale necessaria a elaborare le informazioni. Dal latino “pensum” che era la quantità di lana grezza prima della filatura, i pensieri diventano il primo materiale per la conoscenza di se stessi e del mondo. Materiale che va lavorato attraverso la ragione per questo il pensare va allenato. Primo passo: quando penso che parole uso (negative -propositive), che tono di voce interiore uso (adirato – comprensivo)?

I sentimenti: vengono spesso confusi con le emozioni a cui sono legati. Ma mentre le emozioni sono riposte fisiche a stimoli concreti, la loro interpretazione e l’intenzionalità di chi le prova genere un sentimento. Le emozioni si legano a ciò che ci piace o meno, i sentimenti sono legati al valore delle cose, al giusto e sbagliato. Non a caso il loro “sentire” semantico è legato agli stati d’animo e ci proiettano verso il futuro. Primo passo: quali sentimenti muovono la mia vita (giustizia, amore, bellezza)? Quello che faccio è in sintonia con i miei sentimenti?

Le sensazioni: le sensazioni sono strettamente legate ai nostri sensi (vista, udito, gusto, olfatto, tatto) e sono il nostro modo di esplorare il mondo e di codificarlo dentro di noi. I sensi danno letteralmente forma alle nostre esperienze. Esse ci danno la possibilità di attribuire un significato a ciò che ci accade e di conseguenza intervengono nelle nostre decisioni. Primo passo:  Riesco a percepire il mio corpo in questo momento? Cosa mi sta dicendo? Riesco a entrare in contatto con ogni senso?

Le percezioni: a metà strada tra i pensieri e sensi, le percezioni sono quel significato che diamo a ciò che ci accade. Dal latino percìpere, formato da per “per mezzo, attraverso” e capĕre “prendere, raccogliere, apprendere”, quindi potremmo definirle il modo che abbiamo di apprendere attraverso i sensi, sono un ponte tra il mondo esterno e la nostra consapevolezza. Capire come ci rapportiamo a ciò che ci accade ci aiuta a conoscerci. Primo passo: riesco a guardarmi guardare?

I ricordi: registrare le esperienze ci serve per orientare le azioni successive attraverso quanto appreso. I ricordi, da ricordare (dal latino: re– indietro e cor cuore) richiamano dentro il nostro cuore avvenimenti del passato facendoceli rivivere. Ciò che abbiamo vissuto abita dentro di noi e ci accompagna, narrarlo ci aiuta a conoscerci. Primo passo: riportando alla mente un ricordo felice riesco a sentire anche i suoni, gli odori e le temperature? Quanti sensi riesco a riportare alla mente?

I paradigmi: dal greco para oltre e deiknyo mostrare, è un modello rappresentativo della realtà. Un’idea, una convinzione, che tenta di spiegarci come va il mondo, le relazioni, la vita. Sono frutto spesso di un mix di modelli culturali e esperienze personali. Che siano espliciti o impliciti, in un certo senso sono le nostre teorie su come funzionano le cose. Primo passo: prendi un argomento importante (la famiglia, la spiritualità, l’uguaglianza) e definiscilo, poi confronta la tua definizione con i tuoi amici restando aperto ai loro punti di vista.

Gli atteggiamenti: questa è la parte più difficile. Chi non ha mai usato frasi come “atteggiamento aggressivo” “atteggiamento seduttivo” “atteggiamento di sfida”. Eppure la parola atteggiamento è la più complessa da definire. Senza entrare nel campo della psicologia, potremmo dire che è la nostra disposizione a un’azione (da atteggiare, dare atto) che ha un risvolto esterno nei modi e nelle parole e un risvolto interno in ciò che provo o credo di provare. A volte sono risposte meno consapevoli di quanto immaginiamo. Primo passo: Quando esprimo i miei migliori atteggiamenti?

[Per chi non avesse letto la prima parte dell’articolo può trovarla qui]

1 comment

  1. Contro i sentimenti siamo disarmati, poiché esistono e basta – e sfuggono a qualunque censura. Possiamo rimproverarci un gesto, una frase, ma non un sentimento: su di esso non abbiamo alcun potere.

    Milan Kundera, “L’identità”

    Probabilmente lui si riferiva ad un sentimento rivolto verso qualcuno. I sentimenti sono difficili da etichettare e dirigere, sono legati al giusto e sbagliato in che senso? Possono essere davvero definiti tali sia in maniera soggettiva che oggettiva? Perché fatico a pensare un sentimento sbagliato. Può essere percepito come negativo, nel senso l’odio è un sentimento negativo, ma provare odio può essere “giusto” o “sbagliato”? In che misura? Anche l’amore, come può definirsi giusto o sbagliato? O meglio, in che termini? Soggettivo o oggettivo secondo me non rendono. Forse personale e sociale potrebbero andare meglio?

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